Blog di utilità e di condivisione di contenuti e informazioni culturali con particolare riguardo al grande mondo della musica.
sabato 23 novembre 2013
L'EMISSIONE DEL SUONO CON L'OBOE
Nello studio per principianti di oboe, il primo ostacolo da far superare ai giovani discenti è rappresentato dall'emissione sonora attraverso il corpo cilindrico dell'oboe, passando per la vibrazione dell'ancia. Per tal motivo, l'attacco del suono eseguito esattamente in un preciso momento, può aiutare il giovane oboista a dar più slancio all'emissione sonora. Più slancio diamo all'attacco del suono, più pressione riusciamo ad imprimere sull'ancia ottimizzando l'intonazione e la qualità di una o più note. Useremo i due principali tempi della musica: binario e ternario, per allenarci sull'attacco di brevi frasi improvvisate con l'oboe. Buon lavoro ai miei alunni:
mercoledì 3 luglio 2013
DIDATTICA DELLA MUSICA 1
Il questionario che vi propongo oggi parte da un'accurata analisi di alcuni video prodotti dalla rai e realizzati dal grande direttore d'orchestra Leonard Bernstein.
Leonard Bernstein (Lawrence, Massachusetts, 1918) è stato un compositore, direttore d'orchestra, critico, pianista e divulgatore statunitense. Allievo di Walter Piston per la composizione e di Fritz Reiner per la direzione d'orchestra, fu forse la più influente figura di musicista della seconda metà del Novecento. Il suo lavoro come compositore, in particolare nelle sue partiture per i "musical" prodotti da Broadway, come "West side story" e "On the Town", hanno di fatto creato un ponte fra la musica cosiddetta (con un termine errato e generico), "classica" e quella "popolare".
Nei suoi lavori più impegnati, invece, si è mostrato legato ad un'ispirazione di stampo neoromantico, all'uso dell'ormai "antiquata" tonalità e sensibile al folclore nordamericano.
Tra tutti i video realizzati dal grande Maestro, visualizzeremo ora quello nel quale Bernstein parla delle forme musicali ed in particolar modo del concerto grosso.
Leonard Bernstein (Lawrence, Massachusetts, 1918) è stato un compositore, direttore d'orchestra, critico, pianista e divulgatore statunitense. Allievo di Walter Piston per la composizione e di Fritz Reiner per la direzione d'orchestra, fu forse la più influente figura di musicista della seconda metà del Novecento. Il suo lavoro come compositore, in particolare nelle sue partiture per i "musical" prodotti da Broadway, come "West side story" e "On the Town", hanno di fatto creato un ponte fra la musica cosiddetta (con un termine errato e generico), "classica" e quella "popolare".
Nei suoi lavori più impegnati, invece, si è mostrato legato ad un'ispirazione di stampo neoromantico, all'uso dell'ormai "antiquata" tonalità e sensibile al folclore nordamericano.
Tra tutti i video realizzati dal grande Maestro, visualizzeremo ora quello nel quale Bernstein parla delle forme musicali ed in particolar modo del concerto grosso.
sabato 14 luglio 2012
I love Puccini
In Cina, in un mitico "tempo delle favole", viveva una bellissima e
solitaria principessa (Turandot), nella quale albergava lo spirito di
una sua antenata violentata e uccisa. Da ciò nasceva l'orrore di
Turandot per gli uomini.

Il popolo di Pechino e l'Imperatore suo padre (Altoum) le fanno però pressione affinché si sposi.
Ella alla fine accetta di sposare solamente il giovane nobile che sarà in grado di sciogliere i tre enigmi da lei proposti: se fallirà, però, morirà.
L'opera si apre con l'ennesima testa che cade, quella del giovane Principe di Persia.
Tra la folla è presente in quel momento Calaf, principe tartaro spodestato, che non riesce a resistere alla bellezza di Turandot e decide di provare a risolvere gli enigmi.
Fra la folla ritrova il vecchio padre (Timur) e la fedele schiava Liù (da tempo segretamente innamorata di Calaf) che tentano inutilmente di fargli cambiare idea.
Calaf si ritrova faccia a faccia con la "bella di ghiaccio" di cui riesce a risolvere tutti e tre gli enigmi.
Turandot è ovviamente disperata e Calef le propone a sua volta un enigma: se prima dell'alba la Principessa riuscirà a scoprire il suo nome, egli morirà.
Altrimenti diventerà il suo sposo.
Turandot, riesce a rintracciare Timur e Liù, ma entrambi taceranno, anzi, Liù sentendo di non poter resistere alle torture a cui la stanno sottoponendo, si suicida.
Alla fine sarà lo stesso Calaf a rivelare alla principessa il proprio nome, ma solo dopo essere riuscito a darle un bacio appassionato.
Bacio che sconvolgerà nell'intimo Turandot, la quale andrà con Calaf davanti all'imperatore suo padre ed al popolo, annuncerà trionfante di aver finalmente scoperto il nome dello straniero: "Il suo nome è "Amor".
Il popolo di Pechino e l'Imperatore suo padre (Altoum) le fanno però pressione affinché si sposi.
Ella alla fine accetta di sposare solamente il giovane nobile che sarà in grado di sciogliere i tre enigmi da lei proposti: se fallirà, però, morirà.
L'opera si apre con l'ennesima testa che cade, quella del giovane Principe di Persia.
Tra la folla è presente in quel momento Calaf, principe tartaro spodestato, che non riesce a resistere alla bellezza di Turandot e decide di provare a risolvere gli enigmi.
Fra la folla ritrova il vecchio padre (Timur) e la fedele schiava Liù (da tempo segretamente innamorata di Calaf) che tentano inutilmente di fargli cambiare idea.
Calaf si ritrova faccia a faccia con la "bella di ghiaccio" di cui riesce a risolvere tutti e tre gli enigmi.
Turandot è ovviamente disperata e Calef le propone a sua volta un enigma: se prima dell'alba la Principessa riuscirà a scoprire il suo nome, egli morirà.
Altrimenti diventerà il suo sposo.
Turandot, riesce a rintracciare Timur e Liù, ma entrambi taceranno, anzi, Liù sentendo di non poter resistere alle torture a cui la stanno sottoponendo, si suicida.
Alla fine sarà lo stesso Calaf a rivelare alla principessa il proprio nome, ma solo dopo essere riuscito a darle un bacio appassionato.
Bacio che sconvolgerà nell'intimo Turandot, la quale andrà con Calaf davanti all'imperatore suo padre ed al popolo, annuncerà trionfante di aver finalmente scoperto il nome dello straniero: "Il suo nome è "Amor".
(dal Dizionario enciclopedico universale della musica e dei
musicisti UTET). La genesi della Turandot dipende dalla soggezione di Puccini all’ambiente
teatrale dell’epoca. Il culturalismo delle avanguardie e della critica
musicale, in Italia, si dimostrava
insensibile al suo teatro e lo respingeva ai margini di un’attività nella quale Toscanini esercitava
il suo dominante influsso a favore di musicisti più giovani, o di un repertorio cui era legato da considerazioni sentimentali. Inoltre, la fedeltà di Puccini al tipo
di melodramma ottocentesco , malgrado
ogni esteriore rinnovamento in senso esotico, aveva generato l’equivoco per il
quale risultavano ignorati i requisiti fondamentali del suo stile, rispetto ai
presunti avanzamenti del novecento italiano.
La proposta di Renato
Simoni per Turandot, dalla favola di carlo Gozzi, rientrava in una concezione
attuale del teatro in funzione astratta e spettacolare, cui avrebbe dovuto
corrispondere una rottura degli schemi melodrammatici che costituivano la
misura di Puccini. Dal contrasto fra tale concezione e l’insopprimibile
esigenza, da parte di Puccini, di una vicenda naturalistica traducibile in
valori di canto e quindi in una genesi vocalistica dell’opera, nacquero il
frammentismo di Turandot e la sua stessa mancanza di conclusione.
Il carattere cerimoniale dell’atto primo venne risolto da
Puccini in un’architettura oratoriale,
dove gli infelici e talvolta ridicoli versi di Adami e di Simoni vennero impiegati come
semplici supporti di una partitura fondata sulle proporzioni sinfonico-corali, con interventi di soli, di
un unico quadro: l’immaginaria etnofonia cinese e gli schemi della marcia, dell’inno
e della danza costituirono un eccellente formulario sostitutivo di quello
liturgico, nel quale il maturo Puccini seppe trovare autonomi equilibri, così
come in gioventù aveva ottemperato a quelli eteronomi della Messa. L’esclusione
di Turandot, come solista, dall’atto I, nasce da ragioni formali molto precise,
in quanto il rilievo del personaggio avrebbe interrotto, con la necessaria
attribuzione di una grande aria, la continuità dell’architettura non
operistica.
Nell’atto II, l’estrapolazione delle maschere dal tessuto
dell’atto I, e l’introduzione di
Turandot e di Calaf come protagonisti di un episodio operistico, creano
forti squilibri che Puccini tentò di sanare con accorti inserimenti sinfonico-corali; ma il corso
della vicenda lo costrinse ad attuare uno sviluppo melodrammatico nel
meccanismo concitato dell’aria di Turandot.
L’atto III venne sconvolto da un profilo musicale che alterava la logica del libretto,
e che invece rappresentava un ritorno di Puccini al favorito esito tragico
delle fanciulle che soccombono all’amore sofferto. L’impossibile aggiustamento
del libretto affidato fra l’altro a collaboratori che esigevano da Puccini una
condotta assolutamente estranea alla sua natura, si protrasse fino al momento
della morte del compositore. Ma lasciò intatto l’episodio della morte di Liù
che, avulso da un contesto che aveva per protagonisti Calaf e Turandot, si
presenta come l’estremo e più tipico frammmento della musica pucciniana, nel
quale coincidono la sublimazione dell’ispirazione
melodica, le sue correlazioni con il trattamento armonico e orchestrale
particolarmente raffinato, il tutto reso concreto nello schema della marcia
funebre.
(riflessioni personali) Dalla fonte sopracitata si evince in
questa opera un lavoro del compositore travagliato e destinato ad imporre uno stile proprio di Puccini in controtendenza con
quello che era il gusto musicale del primo novecento. Ma la forza di Turandot
sta proprio in questo: mantenere l’identità di uno stile pucciniano basato sull’estrema
esaltazione del patos melodico integrato in un percorso creativo di
spettacolarità e trasformazione multiculturale. Dopo la sequenza che racconta
in musica la morte di Liù, Puccini lascia questa terra ma ci regala una grande
eredità, la sua musica, secondo me
sapientemente ripresa nel suo stile dal M° Franco Alfano per concludere l’opera
incompiuta.
ATTO TERZO Quadro Primo
E’ notte, nel
giardino della Reggia.
Gli Araldi
diffondono la volontà della Principessa: ognuno vegli e cerchi di conoscere il
nome del Principe ignoto. Anche Calaf veglia pregustando la sua dolce vittoria
(Nessun dorma).
domenica 11 marzo 2012
la coerenza
Nell'ambito musicale spesso si è portati a criticare. Si critica il collega per questioni di tecnica esecutiva, per una errata interpretazione di un determinato brano, per un metodo di insegnamento, ecc. Fino a quando le critiche rientrano in un ambito strettamente professionale, secondo me tutto è giustificato e giustificabile, ma quando queste critiche si spingono ben oltre la sfera professionale e pretendono di entrare nel vissuto e nell'essere stesso dell'individuo, nasce l'incoerenza. Che brutta cosa l'incoerenza. Tu oggi distruggi con due parole la dignità di una persona, di un collega, di un ambiente, e il giorno dopo ti ritrovi ad aver bisogno di loro. Allora dimentichi tutto e fai buon viso a cattiva sorte. Caro amico incoerente e presuntuoso, da oggi in poi, se puoi, prima di sentenziare sulla pelle altrui, ricordati che l'incoerenza delle parole spesso è sinonimo di stupidità. Allora se non vuoi essere stupido impara a rispettare il prossimo tuo come rispetti te stesso.
venerdì 2 marzo 2012
io sono quello che penso
Ho sentito questa frase in televisione per caso. Pubblicizzavano l'uscita di un libro. Queste sono frasi che qualsiasi cosa tu stia facendo, in casa, a lavoro, per strada, ti fermano e ti fanno riflettere. E allora pensi: quante persone sento quotidianamente parlar male di tutto e di tutti. E' dal cuore dell'uomo che può nascere il bene e il male, e il cuore, secondo me, controlla sempre il pensiero e dunque, le nostre azioni. Se l'uomo ha il cuore di pietra, non può che sbagliare sempre nella sua vita. Se invece il suo cuore è di carne, sarà sempre ispirato in tutto quello che fa.
domenica 28 agosto 2011
La Grande Musica 1
Inizio oggi la raccolta delle mie personali preferenze musicali. Oggi propongo il genere sinfonico che a me piace particolarmente. Si tratta della Sinfonia N 1 di Brahms, primo movimento (poco sostenuto-allegro). Il direttore dell'orchestra è Daniel Barenboim. Personalmente lo ritengo tra i più bravi al mondo. Le sue esecuzioni sono ricche di patos. Gli equilibri timbrico ed espressivo delle orchestre che lui cura e dirige raggiungono sempre livelli difficilmente uguagliabili. Il timbro strumentale dell'orchestra in questa esecuzione mi piace particolarmente.
Brahms Symphony No 1-1st Movement
Brahms Symphony No 1-1st Movement
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venerdì 1 luglio 2011
IL CONCETTO DI MUSICA E ARTE PER ME
Il pensiero di oggi è tutto proiettato verso il concetto di musica e arte. Come tutti ormai sanno, io sono un’oboista. Suono l’oboe e attraverso questo strumento musicale comunico ai miei figli, ai miei alunni, il mio modo di essere, il mio carattere, la mia arte. Per dare sfogo a questo mio libero pensiero, ho dovuto faticare un po’. Alla fine ho capito. Ho capito che suonare per me fino a qualche mese fa, stava diventando un incubo. Avevo perso ogni speranza, non riuscivo ad esprimermi più come io desideravo fare. Mi sentivo ingabbiato all’interno di un sistema che non riconoscevo più mio. Chiuso all’interno di un gruppo, quello orchestrale, dove se non ti trovi bene con i tuoi colleghi, se con loro condividi poco o nulla e soprattutto, se non riesci a relazionarti empaticamente con loro, allora difficilmente riuscirai a mantenere la pace interiore e la tranquillità di esprimerti al meglio e di realizzarti in quello che sati facendo.
La musica è tutto questo: è il talento personale, è la passione per lo studio, è la libertà di esprimersi, è la capacità di creare con i suoni sensazioni sublimi, senza vincoli di sorte. Io credo che un bravo musicista debba trovare ispirazione da questi pensieri per non ritrovarsi un giorno a dover rimpiangere se stesso per le cose che avrebbe voluto e potuto fare e non ha fatto; per l’opportunità di mettere a frutto il proprio talento donato liberamente e gratuitamente da Dio, anziché sprecarlo ed essere costretto, suo malgrado, di dover relegare il mestiere di musicista all’intero di una categoria sociale e lavorativa di basso profilo. Non si suona per la paga ma si suona per la passione di esprimere il bello che c’è in noi. Si suona perché ispirati dal bisogno di divino che c’è in noi. Si suona perché il suono è racchiuso nel nostro DNA. Cosa ne pensate?
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